Così Grillo s’è messo in tasca la Sicilia

La Sicilia è perfetta per le bizzarrie e fu così che, esauriti i vaffanculo, Beppe Grillo se l’è messa in tasca. Sia chiaro, se davvero li prende i voti non sarà un male. La Sicilia è solo un posto senza futuro e un elemento estraneo – l’uomo che viene da fuori – può fare saltare il sistema che da solo non si sbriciolerà mai. Certo, c’è il guaio dei guai. Leggi Le paludi di Sicilia
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La Sicilia è perfetta per le bizzarrie e fu così che, esauriti i vaffanculo, Beppe Grillo se l’è messa in tasca. Sia chiaro, se davvero li prende i voti non sarà un male. La Sicilia è solo un posto senza futuro e un elemento estraneo – l’uomo che viene da fuori – può fare saltare il sistema che da solo non si sbriciolerà mai. Certo, c’è il guaio dei guai. Per una persona per bene vincere le elezioni in Sicilia è una disgrazia. Essere eletti è una pacchia solo per chi ha le mani in pasta ma Grillo – il fenomeno – è uno che vince per andarsene via. Forse i paesani, fatti protagonisti nello spazio di un comizio, non lo sanno che resteranno soli ma Grillo, il liberatore, con la Sicilia ha conquistato anche i galloni del fenomeno.
Lui, laggiù, è l’evento. A Grillo la Sicilia serve per continuare a fare Grillo. Ma è come il Pistacchio d’oro, come il Ficodindia d’Argento, come Berlusconi a Lampedusa quando si compra una villa. E’ la festa in piazza. E’, insomma, un evento che si consuma in una ritualità eccentrica dove ci può anche stare il voto. Se un Renzi fa la cena coi finanzieri mentre Bersani torna alla pompa di benzina del padre, se la Polverini fa shopping con l’auto blu contromano su via del Corso, Grillo, invece, dadaista puro, per mettere i piedi sul piatto della comunicazione, fa la cosa più lontana dalla politica: attraversa lo Stretto di Messina a nuoto. Tocca la spiaggia e incontra pescatori di terra e contadini di mare. Vede e incontra tutta quella gente sconfitta tra le onde e le zolle. Si mette alla testa di tutto un popolo che non ha mai avuto la grandiosità terragna degli emiliani o dei toscani, né l’audacia marina dei genovesi o dei veneziani. Tocca, insomma, terra e fa di quella geografia marginale il teatro dell’antipolitica spinto alle estreme conseguenze linguistiche perché Grillo, questo è: un D’Annunzio a Fiume, un situazionista fuori situazione, un estroso beato nel posto tipico delle stramberie.
Certo che poi Grillo fa il pienone disinfettando i giornalisti. Tiene tutti in scacco perché tutti, laggiù, ne hanno soggezione e la sua stessa antropologia, fatta di goffaggine, lo sicilianizza al netto di quel poco di razzismo che adopera quando fa l’imitazione del siciliano per buttarla in caricatura e fare della minchia, profusa in tutti i suoi comizi, una “minghia”. E quindi certo che poi, laggiù, gli vanno dietro. E lo votano anche perché lui è proprio come loro. Li galvanizza, fa loro da specchio, si sbraca quanto loro, legge da Google e poi improvvisa. Mette Pitagora sull’Etna e si perde giusto Empedocle sapendo bene quanto tutto, in Sicilia, sia inutile e urgente.
Non è stato elegante manco in acqua, eppure ha fatto evento. Una nuotata come quella può farla uno svelto atleta scolpito da Fidia, non un Satiro attempato e tutta la bellezza di quella traversata s’è confermata nell’essere lui – l’uomo che viene da fuori – tutto il contrario di ciò che ha fatto, il più improbabile dei Colapesce. Nessuno ci credeva che potesse arrivare a nuoto, tutti cominciano a credere che lunedì possa sfasciare finalmente la regione siciliana.